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La Polemica Grande Fra Christ e Satan
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Introduzione
Prima del peccato, Adamo godeva della diretta comunione con il suo Creatore; ma dopo che l'uomo in seguito alla trasgressione si fu separato da Dio, il genere umano venne privato di questo grande privilegio. Per il piano della redenzione, però, fu aperta una via che consente agli abitanti della terra di avere contatto coi cielo. Dio, mediante il suo Spirito, ha parlato agli uomini, e così la luce divina è stata data al mondo attraverso le rivelazioni da lui fatte ai servitori che si è scelti. « I santi uomini di Dio hanno parlato, essendo sospinti dallo Spirito Santo » 2 Pietro 1: 21 (D).
Durante i primi venticinque secoli della storia umana, non ci fu rivelazione scritta. Coloro che venivano istruiti da Dio comunicavano ad altri la conoscenza ricevuta, che così era trasmessa di padre in figlio, di generazione in generazione. La stesura della Parola scritta ebbe inizio al tempo di Mosè. Fu allora che le rivelazioni ispirate vennero raccolte in un libro. L'opera proseguì nel corso di sedici secoli: da Mosè, lo storico della creazione e della legge, a Giovanni, il custode delle più sublimi verità del Vangelo.
La Bibbia indica Dio come suo autore, nondimeno è stata scritta da mani umane. Nella differenza di stile dei suoi vari libri, essa presenta le caratteristiche dei suoi scrittori. Le verità rivelate sono state date per ispirazione di Dio (2 Timoteo 3: 16), però sono espresse con le parole degli uomini. L'Essere infinito, mediante il suo Spirito, ha fatto risplendere la sua luce nelle menti e nei cuori dei suoi servitori. Egli ha dato sogni e visioni, simboli e figure; e coloro ai quali la verità fu così rivelata la concretizzarono con un linguaggio umano.
I dieci comandamenti furono enunciati da Dio stesso e scritti dalla sua stessa mano. Essi, perciò, sono redazione divina e non umana. La Bibbia, invece, con le sue verità divine espresse col linguaggio degli uomini, presenta l'unione del divino con l'umano. Questa unione esisteva nella natura di Cristo che era allo stesso tempo il Figliuolo di Dio e il Figliuolo dell'uomo. Della Bibbia si può dire quello che fu detto di Gesù: « La Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi » Giovanni 1: 14.
Scritti in epoche diverse, da uomini che differivano notevolmente sia per ceto sociale che per occupazione e doti mentali e spirituali, i libri della Bibbia presentano un notevole contrasto nello stile e una grande varietà nella natura degli argomenti trattati. I vari scrittori ricorrono a diverse forme di espressione, e così accade spesso che la stessa verità venga presentata con maggiore vigore da uno scrittore piuttosto che da un altro. Inoltre, dato che uno stesso argomento è trattato da vari scrittori con diversità di aspetti e di connessioni, il lettore superficiale o animato da pregiudizi può vedere discordanze e contraddizioni là dove invece lo studioso riflessivo e riverente, dotato di percezioni più chiare, scopre un'ammirevole armonia.
Presentata da dífferenti scrittori, la verità viene esposta nei suoi vari aspetti. Uno scrittore è più colpito da un aspetto dell'argomento e si sofferma su quei punti che meglio si armonizzano con la sua esperienza e con la sua maniera di concepire le cose e di valutarle; un altro si sofferma su un altro aspetto e cosi ognuno, sotto la guida dello Spirito Santo, espone quanto lo ha maggiormente colpito. Si ha in tal modo in ciascuno dei relatori un differente aspetto della verità e una perfetta armonia dell'insieme. Le verità così rivelate si uniscono e formano un tutto perfetto, adatto alle necessità degli uomini in tutte le circostanze e le esperienze, della vita.
Dio si è compiaciuto di rivelare la sua verità al mondo per mezzo di agenti umani, ed Egli stesso col suo Spirito Santo li ha qualificati e resi idonei per compiere quest'opera. Egli ha guidato la mente nella scelta di quello che doveva essere detto e scritto. Il tesoro è stato affidato a vasi di terra, sì, ma procede dal cielo. La testimonianza, anche se trasmessa mediante l'imperfetto linguaggio degli uomini, é pur sempre la testimonianza di Dio; e il figlio di Dio che ubbidisce e crede, vede- in essa la gloria della potenza divina piena di grazia e di verità.
Nella sua Parola, Dio ha comunicato agli uomini la conoscenza necessaria alla salvezza. Le Sacre Scritture debbono essere accettate come rivelazione autorevole e infallibile della sua volontà. Esse sono il modello del carattere, le rivelatrici della dottrina e il banco di prova dell'esperienza. « Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona » 2 Timoteo 3: 16, 17.
Il fatto che Dio abbia rivelato la sua volontà agli uomini per mezzo della sua Parola, non ha reso inutile la costante presenza e la guida dello Spirito Santo. Al contrario, lo Spirito fu promesso dal nostro Salvatore per schiudere la Parola ai suoi servitori e illuminarli perché ne applicassero gli insegnamenti. Ora, poiché è lo Spirito di Dio che ha ispirato la Bibbia, è impossibile che quanto esso insegna sia in contrasto con l'inségnamento della Scrittura.
Lo Spirito non fu dato -né mai potrà essere accordato- perché sostituisse la Bibbia, in quanto le Scritture stabiliscono in modo esplicito che la Parola di Dio è la regola in base alla quale vanno provati tanto l'insegnamento quanto l'esperienza. Dice l'apostolo Giovanni: « Diletti, non crediate ad ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se son da Dio; perché molti falsi profeti sono usciti fuori nel mondo » 1 Giovanni 4: l. Isaia dichiara: « Alla legge e alla Testimonianza; se alcuno non parla secondo questa parola, certo non vi è in lui alcuna aurora » Isaia 8: 20 (D).
Un grave danno è stato recato all'opera dello Spirito Santo in seguito agli errori di una certa categoria di persone che pretendevano di avere ricevuto una luce particolare e perciò di non avere bisogno della guida della Parola di Dio. Tali persone sono governate da impressioni che considerano come la voce di Dio nell'anima; invece lo spirito che le anima non è quello di Dio. Attenersi a impressioni, trascurando le Scritture, può condurre solo alla confusione, all'inganno e alla rovina, perché equivale a incrementare l'opera del Maligno. Poiché il ministero dello Spirito Santo è di vitale importanza per la chiesa di Cristo, uno degli espedienti di Satana consiste proprio -grazie agli sbagli degli estremisti e dei fanatici - nel gettare il discredito sull'opera dello Spirito Santo e nell'indurre il popolo di Dio a trascurare la fonte di potenza che il Signore ha provveduto per noi.
In armonia con la Parola di Dio, lo Spirito Santo doveva continuare l'opera nella dispensazione evangelica. Nel corso dei secoli durante i quali venivano date le Scritture dell'Antico e del Nuovo Testamento, lo Spirito Santo non cessò di infondere la luce nelle menti dei singoli, e cio a parte le rivelazioni da incorporare nel sacro canone. La stessa Bibbia, d'altro canto, ricorda che mediante lo Spirito Santo gli uomini ricevevano avvertimenti, rimproveri, consigli e direttive su cose che non avevano un rapporto diretto con la comunicazione delle Scritture. Si parla, per esempio, di profeti. dei quali nulla ci è stato tramandato. Allo stesso modo, dopo che fu chiuso il canone delle Scritture, lo Spirito Santo avrebbe proseguito la sua opera per illuminare, avvertire e consolare i figli di Dio.
Gesù promise ai suoi discepoli: « Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il. Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa I e vi rammenterà tutto quello che v'ho detto » Giovanni 14: 26. « Ma quando sia venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità... e vi annunzierà le cose a venire » Giovanni 16: 13. La Scrittura insegna in modo esplicito che queste promesse, lungi dal limitarsi al periodo apostolico, si estendono alla chiesa di Cristo di tutti i tempi. Il Salvatore rassicurò i suoi seguaci dicendo: « Ecco, io son con voi in ogni tempo, infino alla fine del mondo » Matteo 28: 20 (D). Paolo,. a sua volta, dichiarò che i doni e le manifestazioni dello Spirito dovevano essere posti nella chiesa « per il perfezionamento dei santi, per l'opera dei ministero, per l'edificazione del corpo di Cristo, finché tutti siamo arrivati all'unità della fede e della piena conoscenza del Figliuol di Dio, allo stato d'uominí fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo » Efesini 4: 12, 13.
Per í credentí di Efeso, l'apostolo Paolo pregava: « L'Iddio del Signor nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia lo Spirito di sapienza, e di rivelazione, nella riconoscenza d'esso; e gli occhi della mente vostra siano illuminati, acciocché sappiate quale è la speranza della sua vocazione, e quali son le ricchezze della gloria della sua eredità, ne' luoghi santi; e quale è, inverso noi che crediamo, l'eccellente grandezza della sua potenza » Efesini 1: 17-19 (D). Il ministero dello Spirito divino, nell'illuminare l'intelletto e nell'aprire la mente alle cose profonde della Parola di Dio, era la benedizione che Paolo invocava sulla chiesa di Efeso.
Dopo la meravigliosa manifestazione dello Spirito Santo alla Pentecoste, Pietro esortò i suoi uditori al pentimento e al battesimo nel nome di Cristo per la remissione dei peccati, quindi aggiunse: « Voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Perciocché a voi è fatta la promessa, ed a' vostri figliuoli, ed a coloro che verranno per molto tempo appresso; a quanti il Signore Iddio nostro ne chiamerà » Atti 2: 38, 39 (D).
In stretto rapporto con le scene relative al gran giorno di Dio, il Signore tramite il profeta Gioele promise una speciale effusione dello Spirito Santo (Gioele 2: 38). Tale promessa ebbe un parziale adempimento nell'effusione dello Spirito Santo il giorno della Pentecoste, e raggiungerà il suo pieno adempimento nella manifestazione della grazia divina che accompagnerà l'opera conclusiva del Vangelo.
La grande lotta fra il bene e il male andrà aumentando d'intensità sino alla fine dei tempi. In ogni epoca l'tra di Satana si è scatenata contro la chiesa di Cristo, ma Dio ha riversato la sua grazia e il suo Spirito sul suo popolo per dargli la forza di resistere alla potenza del Maligno. Gli apostoli di Cristo, quando dovevano recare il Vangelo al mondo e ricordarlo per le generazioni future, furono dotati di una particolare illuminazione dello Spirito. A mano a mano poi che la chiesa si avvicinerà alla sua liberazione finale, Satana agirà con crescente vigore perché « è disceso a voi con gran furore, sapendo di non aver che breve tempo » Apocalisse 12: 12. Egli opererà « con ogni potenza e prodigi e miracoli di menzogna » 2 Tessalonicesi 12: 12 (D). Per seímila anni questo essere dotato di una grande intelligenza -un tempo era il più eccelso fra gli angeli di Dio- si è completamente dedicato all'opera dell'inganno e della rovina. Tutte le risorse della sua abilità e della sua sottigliezza satanica; tutta la crudeltà che egli è andato gradatamente sviluppando nel corso di questa millenaria lotta, saranno messe in atto contro il popolo di Dio nella fase finale di questo conflitto. In questo tempo di pericolo i seguaci di Cristo debbono dare al mondo l'avvertimento del secondo avvento e preparare un popolo « immacolato e irreprensibile » 2 Pietro 3: 14. La grazia e la potenza di Dio non saranno meno necessarie allora di quanto lo erano ai' tempi apostolici.
Mediante la luce impartita dallo Spirito Santo, le scene del lungo conflitto fra il bene e il male sono state presentate a chi ha scritto queste pagine. Di quando in quando mi è stato consentito di con-templare gli sviluppi, attraverso i secoli della grande lotta fra Cristo, il principe della vita, autore della nostra salvezza, e Satana, principe del male, autore del peccato e primo trasgressore della santa legge di Dio. L'inimicizia di Satana per Cristo si è manifestata anche contro i suoi seguaci. Lo stesso odio nei confronti della legge divina, lo stesso metodo di inganno per il quale l'errore è fatto passare per verità, e che è valso a sostituire le leggi umane alla legge di Dio, come pure a indurre gli uomini ad adorare la creatura al posto del Creatore, si pos-sono ritrovare in tutta la storia passata-Gli sforzi di Satana per mettere in cattiva luce il carattere dell'Onnipotente e spingere gli uomini a farsi un falso concetto di lui, come anche a considerarlo con un senso di ti-more misto a odio, anziché con amore; i suoi reiterati tentativi per mettere da parte la legge divina, di modo che gli uomini si ritengano sciolti dalle sue esigenze; le sue persecuzioni contro chi ardisce opporsi ai suoi inganni: tutto ciò si è verificato nei secoli e lo si può ritrovare anche nella storia dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli, dei martiri e dei riformatori.
Nel grande conflitto finale, Satana ricorrerà agli stessi espedienti, manifesterà lo stesso spirito e agirà - come del resto ha semp re fatto nel -- passato - per il conseguimento del medesimo fine. Quello che è stato, sarà ancora, a parte il fatto che la battaglia futura sarà caratteriz-zata da una violenza senza precedenti. Gli inganni di Satana risulteranno più sottili, i suoi attacchi più determinati e tali « per sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti » Marco 13: 22.
Mentre lo Spirito di Dio schiudeva davanti alla mia mente le grandi verità della sua Parola e faceva passare dinanzi a me le scene .del passato e del futuro, ho ricevuto l'incarico di far conoscere agli altri quello che mi era stato così rivelato, per modo che fosse possibile rifare la storia della lotta attraverso i secoli e presentarla in maniera tale da gettare luce sulla lotta che si sta avvicinando rapidamente. A questo scopo ho cercato di selezionare e di raggruppare le varie vicende della storia della chiesa, sì da poter scorgere le grandi verità basilari che nelle diverse -epoche sono state date al mondo, suscitando così l'ira di Satana e l'inimicizia di una chiesa attaccata al mondo; verità che sono state conservate per la testimonianza di coloro che « non hanno amato la propria vita, anzi l'hanno esposta alla morte ».
In questa rievocazione si può scorgere un presagio del conflitto che va profilandosi dinanzi a voi. Considerandola alla luce della Parola di Dio e con l'ausilio dello Spirito Santo, si possono smascherare le astuzie di Satana e i pericoli che dovranno essere evitati da chi vuole essere trovato « immacolato » all'avvento del Signore.
I grandi avvenimenti che nei secoli passati hanno contrassegnato il progresso della riforma appartengono alla storia e sono molto noti, oltre che universalmente riconosciuti dal mondo protestante: si tratta di fatti incontestabili. Questa storia l'ho presentata brevemente, in armonia con l'intento di questo libro. Tale brevità andava necessariamente osservata, e così i fatti sono stati condensati in poco spazio e secondo un criterio di coerenza in vista di un'adeguata comprensione della loro applicazione. In alcuni casi, quando uno storico aveva raggruppato gli eventi sì da fornire in sintesi una visione abbastanza vasta dell'argomento e aveva riassunto i particolari in maniera adatta, sono state riportate testualmente le sue parole. In altri casi, invece, non si è seguito questo principio in quanto le citazioni vengono fatte non perché lo scrittore costituisce un'autorità in materia, ma perché le sue affermazioni forniscono una precisa ed efficace presentazione del soggetto. Uso analogo è stato fatto degli scritti che si riferiscono all'opera della riforma nella nostra epoca.
Lo scopo del presente volume non è tanto di presentare nuove verità intorno alla lotta dei tempi passati, quanto di esporre fatti e princìpi che hanno a che fare con gli eventi futuri. Nondimeno, considerati come- parte non trascurabile della lotta tra le forze della luce e quelle delle tenebre, tutti questi resoconti del passato acquistano un significato nuovo: per mezzo di essi la luce si riflette sull'avvenire, illuminando il sentiero di quanti, come i riformatori di un tempo, saranno chiamati - e forse anche a rischio del loro stesso benessere terreno- a testimoniare per « la Parola di Dio e la testimonianza di Gesù ».
Illustrare le scene della grande lotta fra la verità e l'errore; svelare le astuzie di Satana e indicare i mezzi per resistergli; presentare una soluzione soddisfacente del grande problema del male, gettando luce sull'origine del peccato e sulla sua eliminazione finale, perché siano così affermate la giustizia e la benevolenza di Dio in tutto il suo modo di procedere nei confronti delle sue creature; mettere in risalto la natura santa e immutabile della sua legge: questo è lo scopo del presente volume.
La fervida preghiera dell'autore è che per mezzo di esso molte anime siano liberate dalla potenza delle tenebre e rese « partecipi dell'eredità dei santi nella luce », per lodare Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per noi.
E.G. White
Capitolo 1
Previsione del Destino del Mondo
« Oh se tu pure avessi conosciuto in questo giorno quel ch'è per la tua pace! Ma ora è nascosto agli occhi tuoi. Poiché verranno su te de' giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, e ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; e atterreranno te e i tuoi figliuoli dentro di te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata » Luca 19: 42-44.
Dall'alto del monte degli Ulivi, Gesù contemplava Gerusalemme. Bella e soffusa di pace era la scena che si apriva dinanzi al suo sguardo. Era il tempo della Pasqua, e da ogni parte i figli d'Israele erano convenuti per la celebrazione della grande festività nazionale. I maestosi palazzi e i massicci bastioni della città si ergevano in mezzo ai giardini, ai vigneti, ai pendii verdeggianti tinteggiati dalle tende dei pellegrini, sullo sfondo delle colline degradanti a terrazze. La figlia di Sion sembrava dire, con orgoglio: « Io seggo regina e non conoscerò mai il lutto », tanto appariva bella allora e tanto era sicura del favore del cielo, come lo era stata secoli prima quando il Salmista cantava: « Bello si erge, gioia di tutta la terra, il monte di Sion, dalle parti del settentrione, bella è la città del gran re » Salmo 48: 2. Di fronte si ergevano, dominatori, i magnifici edifici del tempio. I raggi del sole morente facevano scintillare i suoi muri di marmo, rifulgere l'oro delle sue porte, della sua torre e dei suoi pinnacoli. « La perfetta bellezza » era il vanto della nazione giudaica. Quale israelita poteva contemplare una simile visione senza provare un brivido di gioia e di ammirazione? Eppure i sentimenti di Gesù erano ben diversi. San Luca scrive: « E come si fu avvicinato, vedendo la città, pianse su lei » Luca 19: 41. In mezzo al tripudio generale per la sua entrata trionfale, mentre rami di palma venivano agitati, grida di « Osanna! » risvegliavano l'eco delle colline e migliaia di voci lo proclamavano Re, il Redentore del mondo fu sopraffatto da un profondo senso di tristezza. Egli, il Figlìuolo di Dio, il Promesso d'Israele, la cui potenza aveva vinto la morte e tratto dalla tomba i suoi prigionieri, piangeva. Non si trattava di un dolore passeggero, bensì di una profonda e irrefrenabile angoscia.
Gesù, pur sapendo dove lo avrebbero condotto i suoi passi e vedesse schiudersi dinanzi a sé la scena del Getsemani, non piangeva per sé. Vedeva, a poca distanza, la porta delle pecore dalla quale per secoli erano passate le vittime destinate al sacrificio, e sapeva che essa si sarebbe aperta anche per lui, quando sarebbe stato condotto all'uccisione come un agnello (Isaia 53: 7). Poco lontano c'era il Calvario, luogo della crocifissione. Sul cammino che Cristo fra breve avrebbe percorso, si sarebbe abbattuto l'orrore delle più fitte tenebre allorché Egli avrebbe dato l'anima sua come offerta per il peccato. Eppure non era la visione di quelle scene che, in quell'ora di gioia generale, gettava un'ombra su di lui. Non era neppure il presagio della sua angoscia sovrumana ad adombrare il suo spirito altruistico. Gesu pliangeva sulle migliaia di abitanti di Gerusalemme votati alla morte per la cecità e per l'impenitenza di quanti Egli era venuto a beneficare e a salvare.
Davanti agli occhi di Gesù, ripassavano mille anni di storia contrassegnati dal particolare favore di Dio e dalla sua patema cura per il popolo eletto. Là, sul monte Moria, il figlio della promessa (Isacco) si era lasciato legare sull'altare senza opporre resistenza: emblema dell'offerta del Figliuolo di Dio. Là era stato confermato al padre dei credenti (Abrahamo) il patto di benedizione, la gloriosa promessa messianica (Genesi 22: 9, 16-18). Poco oltre, le fiamme del sacrificio che erano salite al cielo dall'aia di Ornam avevano distolto la spada dell'angelo sterminatore (1 Cronache 21), simbolo appropriato del sacrificio e della mediazione del Salvatore in favore degli uomini colpevoli. Gerusalemme era stata onorata da Dio al di sopra di qualunque altro luogo della terra. Il Signore aveva scelto Sion e l'aveva desiderata come sua dimora (Salmo 132: 13). In essa, per secoli, i profeti avevano dato i loro messaggi di avvertimento. In essa i sacerdoti avevano agitato i loro turiboli, mentre nubi d'incenso, con le preghiere degli adoratori, erano salite al cielo fino a Dio. In essa, ogni giorno, il sangue degli agnelli immolati era stato offerto quale preannuncio dell'Agnello di Dio. In essa Iddio aveva rivelato la sua presenza nella nuvola di gloria sopra il propiziatorio. In essa si era eretta la mistica scala che univa il cielo e la terra (Genesi 28: 12; Giovanni 1: 51), scala sulla quale salivano e scendevano gli angeli di Dio e che schiudeva al mondo la via al santissimo per eccellenza. Se Israele, come nazione, fosse rimasto fedele al Signore, Gerusalemme sarebbe sussistita in eterno, eletta di Dio (Geremia 17: 21-25). Purtroppo, però, la storia di quel popolo favorito era piena di cadute e di ribellioni. Gli israeliti avevano resistito alla grazia del cielo, fatto un cattivo uso dei privilegi ricevuti e disprezzato le opportunità loro offerte.
Quantunque Israele si fosse beffato dei messaggeri di Dio, avesse disprezzato le sue parole e schernito i profeti (2 Cronache 36: 16), l'Eterno aveva continuato a essere « pietoso e misericordioso, lento all'ira e grande in benignità e verità » Esodo 34: 6 (D). Nonostante il reiterato rigetto da parte del popolo, la grazia divina aveva continuato a manifestarsi attraverso rinnovate esortazioni. Con un amore più -grande di quello di un padre per il figlio prediletto, Dio « mandò loro a più riprese degli ammonimenti, per mezzo dei suoi messaggeri, poiché voleva risparmiare il suo popolo e la sua propria dimora » 2 Cronache 36: 15. Quando le rimostranze, le esortazioni e i rimproveri risultarono vani, Egli non esitò a dare il miglior dono del cielo; anzi in quel dono Dio dava tutto il cielo.
Il Figliuolo di Dio in persona era venuto a esortare la città impenitente. Era stato Cristo a trarre fuori dall'Egitto Israele, simile a vite pregiata (Salmo 80: 8). Era stata la sua mano a scacciare le nazioni pagane davanti al suo popolo. Era stato Cristo a piantare la « vigna d'Israele » su una fertile collina. Era stata la sua vigile cura a ergere intorno ad essa una barriera di protezione. Erano stati i suoi servitori ad averne cura. « Che più si sarebbe potuto fare alla mia vigna », Egli esclamò, « di quello che io ho fatto per essa? » Isaia 5: 1-4. Mentre Egli si aspettava che facesse dell'uva, essa aveva fatto delle lambrusche; nondimeno, Dio nella ferma speranza di vederla portare frutto, era venuto nella sua vigna e aveva cercato di sottrarla alla distruzione. Dopo avere dissodato la terra che la circondava, la potò e, con sforzi incessanti, fece il possibile per conservare in vita la vigna da lui piantata.
Per tre anni il Signore della luce e della gloria visse in mezzo al suo popolo. Egli andò « attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo » Atti 10: 38. Guarii i contriti di cuore, proclamò la libertà ai prigionieri, rese la vista ai ciechi, l'uso delle membra ai paralitici, l'udito ai sordi; purificò i lebbrosi, risuscitò i morti e predicò l'Evangelo ai poveri (Luca 4: 18; Matteo 11: 5). A ogni categoria di persone, senza nessuna distinzione, fu rivolto l'invito: « Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo » Matteo 11: 28.
Pur essendo ricambiato con l'odio e l'ingratitudine (Salmo 109: 5), Egli, sorretto dall'amore, proseguì imperterrito nella sua missione di misericordia. Mai respinse chi cercava la sua grazia. Pellegrino senza tetto, avendo come retaggio la povertà e il disprezzo, Gesù visse per sopperire alle altrui necessità e per alleviare l'umana distretta, esortando gli uomini ad accettare il dono della vita. Le ondate di misericordia respinte dai cuori induriti, ritornavano con accresciuto vigore recando l'offerta di un amore ineffabile e sublime. Ma Israele si era allontanato dal suo migliore Amico, dal suo unico Aiuto. Gli appelli del suo amore furono disprezzati, i suoi consigli respinti, i suoi avvertimenti volti in ridicolo.
L'ora della speranza e del perdono scorreva rapidamente, mentre si andava colmando il calice dell'ira di Dio a lungo repressa. La nube che si era progressivamente addensata durante il lungo periodo di apostasia e di ribellione, era sul punto di esplodere su un popolo colpevole.
Colui che, solo, avrebbe potuto salvare Israele dal fato incombente, era stato schernito e stava per essere crocifisso. Quando Cristo sarebbe stato inchiodato sulla croce del Calvario, sarebbero finiti i giorni d'Israele come nazione favorita e benedetta da Dio. La perdita di una sola anima è una calamità che supera di gran lunga i guadagni e i tesori del mondo; ed ecco che mentre Gesù contemplava Gerusalemme, il fato di una intera città, di tutta una nazione si profilava dinanzi a lui: fato di una città e di una nazione che un tempo erano state il tesoro particolare di Dio.
I profeti avevano pianto sull'apostasia d'Israele e sulle terribili devastazioni che il suo peccato avrebbe provocato. Geremia desiderava che i suoi occhi fossero una sorgente di lacrime per poter piangere giorno e notte l'uccisione della figliuola del suo popolo, per la greggia del Signore che stava per essere condotta in cattività (Geremia 9: 1; 13: 17). Perciò è facile intuire la tristezza di Colui che col suo sguardo profetico passava in rassegna non anni, ma secoli. Egli vedeva l'angelo sterminatore, con la sua spada snudata contro la città che era stata per tanto tempo la dimora dell'Altissimo. Dall'alto del monte degli Ulivi, luogo che più tardi fu occupato da Tito e dal suo esercito, Egli contemplava la valle; il suo sguardo si posava sui sacri recinti e sui portici e vedeva, con gli occhi pieni di lacrime, in una paurosa prospettiva, le mura circondate dagli eserciti nemici; udiva il passo cadenzato delle legioni in marcia verso la linea del combattimento, e le grida dei figli che, nella città assediata, chiedevano il pane alle proprie madri. Si raffigurava la sua santa e bella casa, con i suoi palazzi e le sue torri, in preda alle fiamme che avrebbero lasciato solo un cumulo di macerie fumanti.
Guardando attraverso i secoli, Cristo vedeva il popolo del patto disperso per ogni dove, simile ai relitti di un naufragio su una spiaggia deserta. Nella retribuzione temporale che stava per abbattersi sui suoi figli, Egli scorgeva solo il primo sorso di quell'amaro calice che nel giudìzio ultimo esso avrebbe dovuto bere fino all'ultima stilla. Con divina pietà, con intenso amore, Egli pronunciò le accorate parole: « Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! » Matteo 23: 37. Oh, se tu, nazione favorita sopra ogni altra, avessi conosciuto il tempo della tua visitazione e le cose che appartengono alla tua pace! lo ho trattenuto l'angelo giustiziere, ti ho invitata al pentimento, ma invano. Tu non ti sei limitata a respingere i miei servitori, i miei delegati, i miei profeti, Hai addirittura rigettato il Signore d'Israele, il tuo Redentore. Tu sola sei responsabile della tua distruzione. « Eppure non volete venire a me per aver la vita! » Giovanni 5: 40
Cristo vedeva in Gerusalemme un simbolo del mondo indurito nell'incredulità e nella ribellione; un mondo che si avviava verso il giudizio retributivo di Dio. Egli sentiva gravare sulla propria anima tutto il peso del dolore di un'umanità caduta, e questo gli strappava un grido di profonda amarezza. Vedeva le vicende del peccato messe in risalto dalle umane miserie, dalle lacrime e dal sangue. Il suo cuore si riempiva di. una infinita pietà verso gli afflitti e i sofferenti, e desiderava ardentemente risollevarli. Purtroppo, la sua potente mano non poteva respingere l'ondata dell'umano dolore, in quanto pochi cercavano l'unica Fonte di aiuto. Egli era pronto a esporre la sua anima alla morte per rendere possibile la loro salvezza, ma pochi sembravano disposti ad andare a lui per avere vita.
La Maestà del cielo in lacrime! Il Figlio dell'Iddio infinito era turbato nello spirito, oppresso dall'angoscia. La scena suscitava in cielo un vivo stupore in quanto rivelava l'immensa iniquità del peccato e dimostrava quanto fosse arduo, anche per una potenza infinita, salvare il colpevole dalle conseguenze della trasgressione della legge di Dio. Gesù, spingendo il suo sguardo verso l'ultima generazione umana, vide il mondo coinvolto in un I inganno simile a quello che aveva provocato la distruzione di Gerusalemme. Il grande peccato dei giudei era stato il loro rigetto del Cristo; il grande peccato del mondo cristiano sarebbe stato il rigetto della legge di Dio, base del suo governo sia in cielo che sulla terra. I precetti di Dio sarebbero stati disprezzati e annullati. Milioni di esseri, servi del peccato, schiavi di Satana, condannati a soffrire la morte seconda, avrebbero rifiutato di prestare ascolto alle parole di verità. Terribile cecità! Strana infatuazione!
Due giorni prima della Pasqua, dopo essersi allontanato per l'ultima volta dal tempio e avere denunciato l'ipocrisia dei capi giudei, Cristo si recò di nuovo con i suoi discepoli sul monte degli Ulivi e si sedette con loro sul pendio erboso che dominava la città. Ancora una volta Egli contemplò le mura di Gerusalemme, le sue torri, i suoi palazzi. Ancora una volta il suo sguardo si posò sul tempio che, nel suo smagliante splendore, simile a un diadema, coronava il sacro colle.
Mille anni prima, il Salmista aveva magnificato il favore di Dio verso Israele, nel fare del tempio la sua dimora. « E il suo tabernacolo in Salem, e la sua stanza in Sion ». « Egli elesse la tribù di Giuda; il monte di Sion, il quale egli ama. Ed edificò il suo santuario, a guisa di palazzi eccelsi » Salmo 76: 2; 78: 68, 69 (D). Il primo tempio era stato edificato durante il periodo della maggiore prosperità ísraelitica. Grandí quantità di materiali pregiati erano state raccolte da re Davide, mentre il progetto della costruzione era stato fatto su ispirazione divina. Salomone, il più saggio dei monarchi d'Israele, aveva completato il lavoro, e il tempio era risultato la costruzione più splendida che mai il mondo avesse visto. Eppure, tramite il profeta Aggeo, il Signore Iddio aveva dichiarato circa il secondo tempio: « La gloria di quest'ultima casa sarà più grande di quella della prima ». « Farò tremare tutte le nazioni, le cose più preziose di tutte le nazioni affluiranno, ed io empirò di gloria questa casa, dice l'Eterno degli eserciti » Aggeo 2: 9, 7.
Dopo la distruzione per opera di Nebucadnetsar, il tempio fu riedificato circa cinquecento anni prima della nascita di Cristo, da un popolo che, dopo una lunga cattività, ritornava in un paese praticamente deserto e devastato. Vi erano, in seno al popolo, uomini anziani i quali, avendo conosciuto la gloria del tempio di Salomone, piansero quando furono gettate le fondamenta del nuovo edificio, tanto esso risultava inferiore al precedente. Il sentimento di tristezza di quei giorni è ben descritto dal profeta: « Chi è rimasto fra voi che abbia veduto questa casa nella sua prima gloria? E come la vedete adesso? Così com'è, non è essa come nulla agli occhi vostri? » Aggeo 2: 3; Esdra 3: 12. Fu f atta, allora, la promessa che la gloria della nuova casa sarebbe stata più grande di quella della prima. I
Il secondo tempio, pero, non uguagliava il primo quanto a magnificenza, né era stato oggetto dei segni della presenza divina tipici del primo tempio. La sua consacrazione non fu contrassegnata da nessuna manifestazione di potenza sovrannaturale, e nessuna nube di gloria venne a posarsi sul santuario appena eretto. Nessun fuoco scese dal cielo per consumare l'olocausto posto sull'altare. Lo « scechinà » non era più, nel luogo santissimo, in mezzo ai cherubini; non c'erano più né l'arca, né il propiziatorio, né le tavole della legge. Nessuna voce echeggiò dal cielo per far conoscere la volontà di Dio al sacerdote in attesa.
Per secoli, i giudei avevano cercato inutilmente di rendere: conto in che modo si sarebbe adempiuta la promessa fatta da Dio per mezzo del profeta Aggeo. L'orgoglio e l'incredulità avevano annebbiato le loro menti in modo tale che essi non riuscivano a comprendere il significato delle parole profetiche. Il secondo tempio non fu onorato dalla nube della gloria di Dio, bensì dalla presenza vivente di Colui nel quale abitava corporalmente tutta la pienezza della deità: Dio manifestato in carne. Il « Desiderio di tutte le nazioni » era venuto effettivamente nel suo tempio quando l'Uomo di Nazaret insegnava e guariva nei sacri recinti. Per la presenza di Cristo, e in questa sola, il secondo tempio superò in gloria il primo. Ma Israele aveva respinto il dono del cielo. Con l'umile Maestro che quel giorno uscì dalle sue porte dorate, la gloria si era per sempre allontanata dal tempio. Si adempivano già le parole del Salvatore: « Ecco, la vostra casa vi è lasciata deserta » Matteo 23: 38 (D).
I discepoli erano rimasti stupiti e sgomenti nell'udire la predizione di Cristo circa la distruzione del tempio, e vollero conoscere più a fondo il senso delle sue parole. Ricchezze, lavoro, abilità architettonica: tutto era stato profuso per oltre quarant'anni per assicurare tanto splendore. Erode il Grande aveva letteralmente dilapidato la ricchezza romana e il tesoro giudaico, senza contare i doni dell'imperatore del mondo che l'avevano arricchito ancora di più. Massicci blocchi di marmo bianco di dimensioni quasi favolose, mandati appositamente da Roma, formavano una parte della sua maestosa struttura. Su di essi i discepoli richiamarono l'attenzione del Maestro, dicendo: « Maestro, guarda che pietre e che edifizi! » Marco 13: l.
A queste parole Gesù solennemente rispose: « Io vi dico in verità:
Non sarà lasciata qui pietra sopra pietra che non sia diroccata » Matteo 24: 2.
I discepoli, allora, associarono il sovvertimento di Gerusalemme con gli eventi relativi alla venuta personale di Cristo, ammantatò di gloria temporale, per prendere possesso del trono dell'impero universale, punire gli ebrei impenitenti e infrangere il giogo dell'oppressore romano Poiché il Signore aveva loro detto che Egli sarebbe venuto di nuovo, essi collegarono la menzione del castigo di Gerusalemme con tale venuta. Raccolti intorno al Salvatore, sul monte degli Ulivi, chiesero: « Dicci, quando avverranno queste cose? e qual sarà il segno della tua venuta, e della fine del mondo? » Matteo 24: 3.
Il futuro fu misericordiosamente velato ai discepoli. Se essi, allora, avessero compreso perfettamente i due spaventosì fatti - le sofferenze e la morte del Redentore e la distruzione della città e del tempio sarebbero stati sopraffatti dall'orrore. Il Cristo, perciò, presentò loro un quadro degli eventi più sintomatici che si sarebbero verificati prima della fine dei tempi. Le sue parole, però, non furono del tutto capite; nondimeno il loro significato sarebbe stato svelato al suo popolo, quando questo avrebbe avuto bisogno delle direttive da lui impartite. La profezia di Gesù aveva due significati: mentre da un lato prediceva la distruzione di Gerusalemme, dall'altro preannunciava gli orrori dell'ultimo grande giorno.
Gesù indicò ai discepoli, che lo ascoltavano attenti, i castighi che si sarebbero abbattuti su Israele apostata, e la giustizia retributiva che sarebbe derivata dal rigetto del Messia e dalla sua crocifissione. Segni inconfondibili avrebbero preceduto quello spaventoso fato; ore tremende sarebbero sopraggiunte rapide e inattese. Il Salvatore così disse ai discepoli: « Quando dunque avrete veduta l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge pongavi mente), allora quelli che saranno nella Giudea, fuggane ai monti » Matteo 24: 15, 16; Luca 21: 20, 2 l. Quando i labari romani sarebbero stati posti sul terreno sacro che si estendeva fuori le mura di Gerusalemme, i seguaci di Cristo avrebbero dovuto trovare salvezza nella fuga. Allorché sarebbero apparsi i segni premonitori, chi voleva fuggire non avrebbe dovuto indugiare. Per tutta la Giudea, come pure nella stessa città, il segnale della fuga doveva essere raccolto immediatamente. Chi si fosse trovato sul tetto della casa non doveva entrare in essa, neppure per mettere in salvo i suoi tesori più preziosi; chi era a lavorare nei campi o nelle vigne, non avrebbe dovuto perder tempo per raccogliere i propri indumenti deposti a motivo della calura del giorno. Non si dovevano attardare per nessun motivo, perché in tal caso sarebbero stati coinvolti nella distruzione generale.
Sotto il regno di Erode il Grande, Gerusalemme era stata non solo molto abbellita, ma l'erezione di torri, mura e fortezze aveva aggiunto nuova forza alla sua già salda posizione strategica, rendendola apparentemente inespugnabile. Chi, allora, avesse predetto pubblicamente la sua distruzione, sarebbe stato -come Noè ai suoi tempi ' tacciato di folle allarmista. Cristo, però, aveva detto: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno » Matteo 24: 35. A causa dei suoi peccati, l'ira si era andata accumulando contro Gerusalemme; la sua ostinata incredulità rendeva ormai sicuro il suo fato.
Per mezzo del profeta Michea, il Signore aveva dichiarato: « Deh! ascoltate, vi prego, o capi della casa di Giacobbe, e voi magistrati della casa d'Israele, che aborrite ciò ch'è giusto e pervertite tutto ciò ch'è retto, che edificate Sion col sangue e Gerusalemme con l'iniquità! I suoi capi giudicano per dei presenti, i suoi sacerdoti insegnano per un salario, i suoi profeti fanno predizioni per danaro, e nondimeno s'appoggiano all'Eterno, e dicono: "L'Eterno, non è egli in mezzo a noi? non ci verrà addosso male alcuno!" » Michea 3: 9-11.
Queste parole descrivevano fedelmente i corrotti ed egoisti abitanti di Gerusalemme i quali, pur asserendo di osservare rigidamente i precetti della legge di Dio, ne trasgredivano tutti i princìpi. Essi odiavano Cristo, la cui purezza e santità mettevano a nudo la loro iniquità; anzi lo accusavano addirittura di essere lui la causa di tutte le calamità che si erano abbattute su di loro a motivo dei loro peccati. Sebbene sapessero che Egli era senza peccato, essi avevano. dichiarato che la sua morte era necessaria alla loro salvezza come nazione. I capi giudei dicevano: « Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i romani verranno e ci distruggeranno e città e nazione » Giovanni 11: 48. Essi pensavano che se Gesù fosse stato sacrificato, sarebbero potuti diventare ancora una 'volta una nazione forte e compatta. Fu così che contribuirono alla decisione del sommo sacerdote, secondo la quale era meglio che un uomo morisse, anziché far perire l'intera nazione.
Così i capi giudei avevano edificato « Sion col sangue e Gerusalemme con l'iniquità » Michea 3: 10. Eppure, mentre uccidevano il loro Salvatore perché disapprovava i loro peccati, essi si stimavano tanto giusti da considerarsi il popolo eletto di Dio e da aspettare da parte del Signore la liberazione dai nemici. « Perciò, per cagion vostra, Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme diventerà un mucchio di rovine, e il monte del tempio un'altura boscosa » Michea 3: 12.
Per circa quarant'anni, a partire dal momento in cui Gesù pronunciò il suo vaticinio su Gerusalemme, il Signore ritardò il suo castigo sopra la città e sopra la nazione. Meravigliosa fu la pazienza di Dio nei confronti di quanti avevano respinto il suo Vangelo e messo a morte il suo Figliuolo. La parabola del fico sterile rappresentava il comportamento dell'Altissimo verso il popolo giudeo. L'ordine' era stato dato: « Taglialo; perché sta lì a rendere improduttivo anche il terreno? » Luca 13: 7. Eppure la misericordia divina aveva atteso a lungo. Molti fra i giudei ignoravano ancora il carattere e l'opera di Cristo. I figli non avevano avuto l'opportunità di ricevere la luce che era stata disprezzata dai genitori. Dio voleva che la luce risplendesse su di essi per mezzo della predicazione degli apostoli e dei loro collaboratori. In tal modo essi avrebbero avuto l'occasione di costatare l'adempimento della profezia non solo nella nascita e nella vita di Cristo, ma anche nella sua morte e nella sua risurrezione. I figli non erano condannati per le colpe dei padri; ma una volta che avevano conosciuto la luce, se l'avessero respinta, sarebbero diventati anch'essi partecipi dei peccati dei genitori e, così, avrebbero fatto traboccare il calice della loro iniquità.
La grande sopportazione di Dio verso Gerusalemme valse solo a confermare i giudei nella loro ostinata impenitenza. Pieni di odio e di crudeltà nei riguardi dei discepoli di Gesù, essi respinsero l'ultima offerta della misericordia. Dio allora non li protesse più e rimosse da Satana e dai suoi angeli la sua potenza di controllo, sì che la nazione venne a trovarsi sotto il pieno controllo dei capi che si era scelti. Avendo schernito le profferte della grazia di Cristo che dava loro modo di poter resistere agli impulsi malefici, questi finirono con l'avere il sopravvento. Satana, allora, eccitò le più fiere e vili passioni dell'animo. Gli uomini non ragionavano più: agivano mossi dall'impulso e da un'ira cieca e violenta. Divennero addirittura satanici quanto a crudeltà. In seno alla famiglia e alla società, sia nelle classi elevate che in quelle basse, v'erano il sospetto, l'invidia, l'odio, la contesa, la ribellione e il delitto. Non c'era sicurezza in nessun posto: amici e parenti si tradivano a vicenda; i figli uccidevano ì genitori e i genitori i figli. I capi del popolo non riuscivano più ad autocontrollarsí, e le passioni, non più arginate, li rendevano tirannici. I giudei avevano accettato la falsa testimonianza per condannare l'innocente Figliuolo di Dio, e ora le false accuse mettevano in pericolo la loro stessa vita. Con il loro comportamento avevano ripetutamente detto: « Toglieteci d'innanzi agli occhi il Santo d'Israele! » Isaia 30: 11, e il loro desiderio veniva ora appagato. Il timore di Dio non li disturbava più. Satana stava alla testa della nazione, e le supreme autorità civili e religiose erano sotto il suo dominio.
I capi delle opposte fazioni talvolta si alleavano per depredare e torturare le loro povere vittime; quindi si scagliavano gli uni contro gli altri e si uccidevano senza pietà. Perfino la santità del tempio non riusciva a frenare la loro ferocia. Gli adoratori venivano trucidati dinanzi all'altare, e il santuario era contaminato dai cadaveri degli uccisi. Eppure, nella loro cieca e blasfema presunzione, gli istigatori di simili efferatezze dichiaravano pubblicamente di non temere che Gerusalemme sarebbe stata distrutta, in quanto essa era la città di Dio. Per stabilire con maggiore saldezza la loro autorità, essi pagarono dei falsi profeti perché proclamassero, perfino quando le legioni romane assediavano il tempio, che il popolo doveva aspettarsi la liberazione da parte di Dio. Alla fine, intere moltitudini finirono col credere che l'Altissimo sarebbe intervenuto per distruggere i loro avversari. Ma Israele, purtroppo, aveva sprezzato la protezione divina e ora si trovava senza difesa. Infelice Gerusalemme! Straziata dalle lotte intestine, vedeva il sangue dei suoi figli, che si uccidevano a vicenda, arrossare le strade, mentre gli eserciti nemici battevano le sue fortificazioni e facevano strage dei suoi uomini di guerra.
Tutte le predizioni di Gesù relative alla distruzione di Gerusalemme si avveravano alla lettera, e i giudei vedevano l'esattezza delle parole di avvertimento: « Con la misura onde misurate, sarà misurato a voi » Matteo 7: 2.
Segni e prodigi apparvero quale preannuncio di disastri e di desolazione. In piena notte una luce irreale risplendé sul tempio e sull'altare. Sulle nubi del tramonto si videro i carri e i soldati schierati in battaglia. I sacerdoti che di notte ministravano nel tempio rimasero terrorizzati da rumori misteriosi: la terra tremava e una grande quantità di voci gridavano: « Andiamo via di qui! ». La grande porta orientale, così pesante che a fatica poteva essere chiusa da una ventina di uomini e che era assicurata da pesanti sbarre di ferro infisse nella pietra del pavimento, si aprì a mezzanotte senza opera di mani (Milman, The History of the Jews, libro 13).
Per sette anni un uomo percorse le strade di Gerusalemme annunciando i mali che stavano per abbattersi sulla città. Giorno e notte egli ripeteva: « Una voce dall'oriente! Una voce dall'occidente! Una voce dai quattro venti! Una voce contro Gerusalemme e contro il tempio! Una voce contro gli sposi e contro le spose! Una voce contro il popolo! » Ibidem. Arrestato e fustigato, non emise un solo lamento. Agli insulti e alle percosse, rispose: « Guai, guai a Gerusalemme! Guai ai suoi abitanti! ». Il suo grido di avvertimento finì solo quando egli morì nel corso dell'assedio da lui predetto.
Nella distruzione di Gerusalemme non perì neppure un cristiano. Gesù aveva avvertito i suoi discepoli, e così tutti coloro che credettero nelle sue parole tennero conto del segno da lui predetto: « Quando vedrete Gerusalemme circondata d'eserciti », aveva detto Gesù, « sappiate allora che la sua desolazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano ai monti; e quelli che sono nella città, se ne partano » Luca 21: 20, 2 l. Dopo che i romani, al comando di Cestio, avevano circondato la città, inaspettatamente interruppero l'assedio, proprio quando tutto sembrava favorevole a un attacco a fondo. Gli assediati che cominciavano a disperare di poter resistere oltre, erano sul punto di arrendersi quando il generale romano fece ritirare le sue forze, senza nessun apparente motivo. Era la misericordia di Dio che dirigeva le cose per il bene dei suoi figli. Il segno preannunciato era stato così offerto ai cristiani in attesa, ed essi ebbero l'opportunità di seguire l'avvertimento dato dal Salvatore. Le cose andarono in modo tale che ne i giudei, né i romani ostacolarono minimamente la fuga dei cristiani. I giudei si lanciarono all'inseguimento delle forze romane in ritirata e così, mentre gli opposti eserciti erano impegnati in una furibonda mischia, i cristiani poterono abbandonare la città. In quel momento l'intera contrada era priva di nemici ì quali, altrimenti, avrebbero cercato di intervenire e di ostacolarli. Inoltre, durante l'assedio i giudei erano riuniti a Gerusalemme per la celebrazione della festa dei Tabernacolí, e questo permise ai cristiani dell'intera zona di andarsene indisturbati. Essi fuggirono verso un luogo sicuro: la cittadina di Pella, nella Perea, oltre il Giordano.
Le forze giudaiche lanciate all'inseguimento di Cestio e del suo esercito, piombarono sui romani con tanto impeto da minacciarne la distruzione totale. Fu con grande difficoltà che i romani riuscirono a sottrarvisi con la ritirata. I giudei non ebbero quasi nessuna perdita e rientrarono a Gerusalemme da trionfatori, portando i trofei della loro vittoria. Questo apparente successo, però, fu dannoso perché ispirò loro un tale spirito di ostinata resistenza ai romani che rapidamente determinò un male indicibile sulla città votata alla distruzione.
Terribili furono le calamità che si abbatterono su Gerusalemme, quando l'assedio fu ripreso da Tito. La città fu investita al tempo della Pasqua, quando milioni di giudei erano convenuti dentro le sue mura. Le scorte di viveri che, se accuratamente amministrate, sarebbero potute bastare agli abitanti per anni, erano andate distrutte in seguito alle gelosie e alle rappresaglie degli opposti partiti. Si finì, così, col conoscere tutto l'orrore della fame. Una misura di frumento si vendeva per un talento. Gli stimoli della fame erano così forti che gli uomini rosicchiavano il cuoio delle cinture, dei sandali e perfino degli scudi. Di notte, molti uscivano dalla città per andare a cogliere le erbe selvatiche che crescevano fuori delle mura. In tal modo non pochi giudei furono fatti prigionieri e uccisi dopo atroci torture. Spesso accadeva che quanti ritornavano da queste spedizioni notturne venivano aggrediti dai propri concittadini e depredati del frutto della rischiosa impresa. Le torture più inumane furono inflitte'da chi stava al potere per costringere a consegnare quelle modeste riserve di viveri che qualcuno era riuscito a occultare. Non di rado queste crudeltà erano perpetrate da uomini ben pasciuti i quali volevano unicamente accumulare una buona riserva per l'avvenire.
I morti per fame o in seguito a epidemie furono migliaia. L'affetto naturale sembrava scomparso: i mariti derubavano le mogli e le mogli i mariti; i figli, a loro volta, giungevano financo a strappare il cibo dalla bocca dei genitori anziani. La domanda del profeta: « Una donna dimentica ella il bimbo che allatta? », trovava una risposta all'ombra delle mura della città. « Delle donne... hanno con le lor mani fatto cuocere i loro bambini, che han servito loro di cibo, nella ruina della figliuola del mio popolo » Isaia 49: 15; Lamentazioni 4: 10. Si adempieva di nuovo il vaticinio profetico dato quattordici secoli prima: « La donna più delicata e più molle tra voi, che per mollezza e delicatezza non si sarebbe attentata a posare la pianta del piede in terra, guarderà di mal occhio il marito che le riposa sul seno, il suo figliuolo e la sua figliuola, per non dar loro nulla... de' figliuoli che metterà al mondo, perché, mancando di tutto, se ne ciberà di nascosto, in mezzo all'assedio e alla penuria alla quale i nemici t'avranno ridotto in tutte le tue città » Deuteronomio 28: 56, 57.
I capi romani cercarono di terrorizzare i giudei per costringerli allaresa. I prigionieri che resistevano venivano percossi, torturati e crocifissi sotto le mura della città. Ogni giorno, tali esecuzioni si contavano a centinaia. La cosa continuò fino a che, lungo la valle di Giosafat e sul Calvario ci furono tante croci che non c'era quasi più spazio per passarvi in mezzo. Si effettuava così, e in modo spaventoso, l'imprecazione pronunciata dal popolo dinanzi a Pilato: « Il suo sangue sia sopra noi e sopra i nostri figliuoli » Matteo 27: 25.
Tito, sconvolto alla vista di tutti questi mucchi di cadaveri che giacevano nella vallata intorno a Gerusalemme, avrebbe messo fine volentieri a tali orrori e risparmiato alla città una sorte crudele. Dall'alto del monte degli Ulivi egli contemplò estatico il meravigli-oso tempio, e diede ordine ai suoi uomini che non ne fosse toccata neppure una pietra. Prima di dare inizio all'attacco di quella fortezza, Tito rivolse un ultimo invito ai capi giudei, perché essi non lo costringessero a contaminare col sangue quel sacro luogo. Se essi fossero usciti di là, per combattere altrove, nessun romano avrebbe violato la santità del tempio. Giuseppe (Flavio) stesso, con un eloquente appello esortò i giudei alla resa e li invitò a salvarsi e a salvare la città e il sacro luogo di culto. In risposta, ebbe imprecazioni e frecce che cercavano di colpire quell'ultimo mediatore umano. I giudei avevano respinto le esortazioni del Figliuolo di Dio, e ora ogni altro invito non faceva che accrescere in loro la determinazione a resistere fino all'ultimo. Vani furono, pertanto, gli sforzi di Tito per salvare il tempio. Qualcuno più grande di lui aveva dichiarato che non sarebbe rimasta pietra sopra pietra.
La cieca ostinazione dei capi giudei e i tremendi crimini perpetrati nella città assediata, suscitarono l'orrore e l'indignazione dei romani. Tito alla fine, decise di prendere d'assalto il tempio, intenzionato, possibilmente, a salvaguardarlo dalla distruzione. I suoi ordini, però, non furono rispettati. Dopo che, calata la notte, egli si era ritirato sotto la sua tenda, i giudei fecero una sortita dal tempio contro i soldati romani. Nella foga della lotta, un soldato gettò una torcia accesa attraverso un'apertura del portico, e immediatamente le stanze adiacenti il tempio, rivestite di legno. di cedro, furono preda delle fiamme. Tito si precipitò sul posto, seguito dai suoi generali e dai legionari, e diede ordine ai soldati di spegnere l'incendio. Le sue parole non furono ascoltate. Nel loro furore i soldati si precipitarono nell'interno del recinto sacro e passarono a fil di spada quanti si erano rifugiati nelle stanze attigue al sacro luogo. Il sangue scorreva a fiotti, scendendo dai gradini. I giudei morivano a migliaia. Al di sopra del fragore della battaglia si udirono delle voci gridare: « Icabod! » - la gloria se n'è andata!
« Tito non riuscì a frenare l'ira dei suoi uomini. Penetrato nel tempio in compagnia degli ufficiali, osservò l'interno del sacro edificio e rimase colpito dal suo splendore. Siccome le fiamme non avevano ancora raggiunto il luogo santo, Tito fece un ultimo tentativo per salvarlo, invitando i soldati ad arrestare il progredire dell'incendio. Il centurione Liberale cercò di imporre l'ubbidienza, in questo assecondato dagli altri ufficiali, ma tutto fu vano: il senso dì rispetto verso l'imperatore fu sopraffatto dalla furibonda animosità contro i giudei, oltre che dall'eccitazione della battaglia e dalla sete di saccheggio. I soldati vedevano ovunque il luccichio dell'oro, reso ancor più rutilante dalla v ampa delle fiamme, e pensavano che nel santuario fossero accumulate incalcolabili ricchezze. Un soldato, senza essere visto da nessuno, gettò una torcia accesa attraverso una porta scardinata, e in un baleno l'intera costruzione divenne preda del fuoco. Il fumo accecante e denso costrinse gli ufficiali a ripiegare, e così il maestoso tempio fu abbandonato alla sua sorte.
« Se per i romani simile spettacolo era spaventoso, si immagini che cosa esso dovesse rappresentare per i giudei! La cima del colle che dominava la città fiammeggiava come il cratere di un vulcano. Gli edifici crollavano l'uno dopo l'altro con un fragore pauroso, ed erano inghiottiti dalla voragine ardente. I tetti di cedro sembravano altrettante lingue di fuoco; i pinnacoli scintillavano, simili a fasci di luce rossa; le torri emettevano lunghe volute di fumo e di fiamme. Le colline circostanti la città erano illuminate a giorno, mentre gruppi di persone, somiglianti a macchie scure, contemplavano sgomente i progressi della devastazione. Le mura e le parti più elevate della città brulicavano di volti, alcuni pallidi per l'angoscia della disperazione, altri animati da impotente sete di vendetta. Le grida dei soldati romani che si muovevano qua e là, e il lamento di chi periva preda delle fiamme, si univano al fragore della conflagrazione e al rombo tonante delle grosse travi che crollavano. Gli echi dei monti rimandavano e ripetevano gli urli della popolazione. Ovunque, le mura risuonavano di gemiti e di lamenti: uomini che morivano di fame, raccoglievano le loro ultime forze per emettere un estremo grido di angoscia e di desolazione.
« La strage che avveniva all'interno era più spaventosa dello spettacolo esterno. Uomini e donne, vecchi e giovani, insorti e sacerdoti, chi combatteva e chi implorava pietà, venivano trucidati in una indiscríminata carneficina. Siccome, poi, il numero degli uccisi era superiore a quello degli uccisori, i legionari romani per portare a termine la loro opera di sterminio erano costretti a calpestare mucchi di cadaveri >> Milman, The History of the Jews, libro 16.
Dopo la distruzione del tempio, l'intera città cadde nelle mani dei romani. I capi giudei avevano abbandonato le torri inespugnabili e Tito, nel trovarle deserte, le contemplò con meraviglia e dichiarò che era stato Dio a dargliele nelle mani, poiché nessun congegno bellico, per potente che fosse, avrebbe potuto determinare la conquista di quelle superbe fortificazioni. Città e tempio furono rasi al suolo, e la terra sulla quale sorgeva la casa sacra fu « arata come un campo » Geremia 26: 18. Nell'assedio e nella strage che ne seguì. perirono oltre un milione di persone. I sopravvissuti furono fatti prigionieri, venduti come schiavi, condotti a Roma per ornare il corteo trionfale del conquistatore, dati in pasto alle belve negli anfiteatri, dispersi come miseri pellegrini senza casa e senza tetto per tutta la terra.
I giudei erano gli artefici dei propri ceppi: avevano, cioè, colmato il calice dell'ira. Nella totale distruzione che si abbatté su loro come nazione, come anche in tutte le calamità che seguirono la loro dispersione, essi non fecero che raccogliere la messe di quanto avevano seminato con le proprie mani. Dice il profeta: « t la tua perdizione, o I sraele... tu sei caduto per la tua iniquità » Osca 13: 9; 14: l. Le sofferenze d'Israele sono spesso presentate come un castigo abbattutosi sulla nazione in seguito a un decreto divino. t in questo modo che il grande seduttore cerca di nascondere la sua opera., Le cose, in realtà, non stanno così: con l'ostinato rigetto dell'amore e della misericordia di Dio, i giudei avevano provocato il ritiro da loro della protezione divina. Satana ebbe la possibilità di dominarli secondo la sua volontà. Le paurose crudeltà avvenute nella distruzione di Gerusalemme sono la dimostrazione del potere vendicativo di Satana su quanti si mettono sotto il suo controllo.
Noi, forse, non ci rendiamo conto di quanto dobbiamo essere grati a Cristo per la pace e la protezione di cui godiamo. t la potenza limitatrice di Dio che impedisce all'umanità di passare completamente sotto il giogo di Satana. I disubbidienti e gli ingrati debbono essere anch'essi riconoscenti all'Eterno per la misericordia e lo spirito di sopportazione di cui Egli dà prova, mettendo un freno al potere malefico del grande nemico delle anime. Però, quando gli uomini oltrepassano i limiti della divina sopportazione, questo freno viene rimosso. Dio non si erge dinanzi al peccatore come esecutore della sentenza emessa contro i trasgréssori: Egli abbandona a se stessi coloro che respingono la sua grazia, e cosi essi finiscono col raccogliere quanto hanno seminato. Ogni raggio di luce respinto, ogni avvertimento sprezzato o non preso in considerazione, ogni passione soddisfatta, ogni trasgressione della legge di Dio rappresentano altrettanto seme sparso, seme che darà inevitabilmente il suo frutto. Lo Spirito di Dio osteggiato costantemente, alla fine viene ritirato dal peccatore che, in tal modo, si trova sotto il pieno dominio delle passioni dell'anima e senza protezione contro le astuzie e l'inimicizia di Satana. La distruzione di Gerusalemme è un avvertimento tragico e solenne per tutti coloro che scherzano con i richiami della grazia divina e resistono agli inviti della misericordia di Dio. Mai era stata data una più chiara dimostrazione dell'odio di Dio per il peccato e dell'inevitabile punizione che si abbatterà sul colpevole.
La profezia del Salvatore relativa al castigo di Gerusalemme avrà un secondo adempimento, di cui quella terribile devastazione è solo una pallida immagine. Nella sorte della città eletta, noi possiamo vedere la condanna di un mondo che ha rigettato la misericordia di Dio e che ha calpestato la sua legge. Quanto sono tragici i resoconti della miseria umana della quale è stata testimone la terra nel corso di lunghi secoli di criminalità. Il -cuore freme e la mente viene meno dinanzi a siffatta costatazione. Terribili sono le conseguenze del rigetto dell'Autorità celeste. Eppure, le rivelazioni sul futuro offrono un quadro ancora più oscuro. La storia del passato -lunga teoria di sommosse, di conflitti, di sconvolgimenti, di guerre in cui « ... ogni calzatura... ogni mantello avvoltolato nel sangue, saran dati alle fiamme » Isaia 9: 4 - che cosa è in fondo se messa in confronto con i terrori di quel gran giorno in cui lo Spirito di Dio sarà rimosso e non terrà più a freno la manifestazione delle umane passioni e della rabbia di Satana? Allora il mondo vedrà, come mai prima, i risultati del suo governo.
In quel giorno, come accadde al tempo della distruzione di Gerusalemme, il popolo di Dio sarà salvato; salvato « chiunque... sarà iscritto tra i vivi » Isaia 4: 3. Cristo dichiarò che Egli verrà la seconda volta per raccogliere a sé gli eletti: « Manderà i suoi angeli con gran suono di tromba a radunare i suoi eletti dai quattro venti, dall'un capo all'altro de' cieli » Matteo 24: 31. Coloro che, invece, non avranno ubbidito all'Evangelo, saranno consumati dallo spirito della sua bocca e distrutti dal fulgore della sua apparizione (2 Tessalonicesi 2: 8). Come nell'antico Israele, gli empi si autodistruggono e cadono a cagione della loro inquítà. In seguito a una vita di peccato, essi si sono messi in disaccordo con Dio, e la loro natura è stata talmente degradata dal male che la manifestazione della gloria divina è per essi come un fuoco divorante.
Che gli uomini facciano attenzione e non trascurino la lezione insegnata dalle parole di Gesù. Allo stesso modo, come Egli avvertì i suoi discepoli della distruzione di Gerusalemme, dando loro un segno dell'avvicinarsi della rovina affinché potessero mettersi in salvo, così Egli ha avvertito il mondo della distruzione finale e ha fornito i segni premonitori del suo avvicinarsi, affinché chiunque vuole possa sottrarsí all'ira avvenire. Gesù ha detto: « E vi saranno de' segni nel sole, nella luna e nelle stelle; e sulla terra, angoscia delle nazioni » Luca 21: 25; Matteo 24: 29; Marco 13: 24-26; Apocalisse 6: 12-17. Quanti osservano questi segni della sua venuta sanno che Egli « è vicino, proprio alle porte » Matteo 24: 33. « Vegliate dunque », sono le sue parole di ammonimento, « perché non sapete quando viene il padron di casa... » Marco 13: 35. Chi ascolta l'avvertimento non sara lasciato nelle tenebre, e quel giorno non lo troverà impreparato. Chi, invece, non veglia, si accorgerà che quel giorno verra per lui « come viene un ladro nella notte » 1 Tessalonicesi 5: 2-5.
Il mondo, oggi, non è più pronto a dar credito al messaggio per l'ora presente di quanto lo fossero i giudei a ricevere l'avvertimento del Salvatore relativo a Gerusalemme. Ad ogni modo, venga quando venga, il giorno di Dio sopraggiungerà inatteso per gli empi. Mentre la vita prosegue il suo corso abituale; mentre gli uomini sono assorbiti dal piacere, dagli affari, dal traffico, dalla sete di guadagno; mentre i capi religiosi esaltano i progressi e la luce del mondo; mentre la gente si culla in una fallace sicurezza, allora, come un ladro che in piena notte ruba nelle case incustodite, una inattesa e repentina distruzione si abbatterà sugli empi e sui noncuranti e « non scamperanno affatto » 1 Tessalonicesi 5: 3.
Capitolo 2
Primi Cristiani
Quando Gesù rivelò ai suoi discepoli quale sarebbe stata la sorte di Gerusalemme, parlò loro anche delle scene relative al suo secondo avvento, e predisse l'esperienza del suo popolo dal momento in cui Egli sarebbe stato accolto in cielo a quello del suo ritorno con potenza e gloria per la loro liberazione. Dall'alto del monte degli Ulivi, il Salvatore vide l'uragano che stava per abbattersi sulla chiesa apostolica; e, addentrandosi ancor più nel futuro, i suoi occhi scorsero le furiose e devastatrici tempeste che avrebbero colpito i suoi seguaci nel corso dei secoli dì tenebre e di persecuzione. Con pochi e brevi cenni di tremenda portata, Egli predisse quello che i capi di questo mondo avrebbero escogitato contro la chiesa di Dio (Matteo 24: 9, 21, 22). I seguaci di Cristo avrebbero dovuto percorrere lo stesso sentiero di umiliazioni, di scherni e di sofferenze calcato dal Maestro. L'inimicizia che si era manifestata contro il Redentore del mondo si sarebbe manifestata anche contro tutti coloro che avrebbero creduto nel suo nome.
La storia della chiesa primitiva testimonia del pieno adempimento delle parole del Salvatore. Le potenze terrene e quelle infernali si allearono contro Cristo nella persona dei suoi seguaci. Il paganesimo, prevedendo che, se il Vangelo avesse trionfato, i suoi templi e i suoi altari sarebbero stati spazzati via, riunì le sue forze per annientare il Cristianesimo e accese ì fuochi della persecuzione. I cristiani furono privati di quanto possedevano, strappati alle loro case e sottoposti - a tremende afflizioni (Ebrei 10: 32). Essi subirono: « scherni e flagelli; ed anche legami e prigione » Ebrei 11: 36 (D). Innumerevoli furono coloro che suggellarono col sangue la loro testimonianza. Nobili e schiavi, ricchi e poveri, colti e incolti, tutti furono trucidati senza pietà.
Queste persecuzioni, cominciate con Nerone pressappoco al tempo del martirio dell'apostolo Paolo, proseguirono - con maggiore o minore violenza-attraverso i secoli. I cristiani venivano falsamente accusati dei più abietti crimini e considerati la causa di ogni calamità: carestie, pestilenze, terremoti. Diventati, così, oggetto dell'odio e del sospetto popolare, erano ingiustamente accusati da informatori assetati di guadagno. Venivano condannati come ribelli all'impero, nemici della religione e « peste » sociale. Numerosíssimi furono quelli che vennero gettati in pasto alle belve o arsi vivi negli anfiteatri. Alcuni furono crocifissi; altri, coperti con pelli di animali selvatici, vennero gettati nell'arena per essere dilaniati dai cani. Il loro martirio, spesso, costituiva la parte centrale delle feste pubbliche. Grandi moltitudini di persone si riunivano per godersi quello spettacolo, e salutavano l'agonia di chi moriva con risa e applausi.
Ovunque cercassero rifugio, i cristiani erano braccati come animali da preda, ed erano perciò costretti a nascondersi in luoghi solitari e desolati: « bisognosi, afflitti, maltrattati (di loro il mondo non era degno), vaganti per deserti e monti e spelonche e per le grotte della terra » Ebrei 11: 37, 38. Le catacombe offrirono un riparo a migliaia di essi. Sotto le colline circostanti Roma, lunghe gallerie erano state scavate nella terra e nella roccia; questa buia e intricata rete di corridoi si estendeva per chilometri e chilometri oltre le mura della città. In tali rifugi sotterranei, i seguaci di Cristo seppellivano i loro morti. Quando, poi, erano sospettati e proscritti, vi trovavano una casa. Allorché il Datore della vita sveglierà tutti coloro che hanno combattuto il buon combattimento, molti martiri di Cristo usciranno da queste sinistre caverne.
Sotto la più violenta persecuzione, questi testimoni di Gesù serbarono incontaminata la loro fede. Sebbene privi di ogni comodità, separati dalla luce del sole, perché costretti ad abitare nel buio ma amico rifugio sotterraneo, non si lamentavano. Con parole di fede, di pazienza e di speranza si incoraggiavano a vicenda a sopportare le privazioni e la distretta. La perdita di ogni vantaggio terreno non poteva costringerli a rinunciare alla loro fede in Cristo. Prove e persecuzioni erano solo altrettanti passi che li avvicinavano al loro riposo e alla loro rimunerazione.
Come i servitori di Dio dell'antichità, molti furono « martirizzati non avendo accettata la loro liberazione affin di ottenere una risurrezione migliore » Ebrei 11: 35. Essi ricordavano le parole del Maestro: perseguitati per amore di Cristo, dovevano stimarsi felici perché grande sarebbe stata la loro ricompensa in cielo, in quanto prima di loro anche i profeti erano stati ugualmente perseguitati. Essi si rallegravano di essere stati considerati degni di soffrire per la verità, e canti di trionfo salivano di mezzo alle fiamme crepitanti. Guardando in alto con fede, vedevano Gesù e gli angeli chinarsi oltre i bastioni celesti e osservarli con profondo interesse, approvando la loro fermezza. Una voce, procedente dal trono di Dio, annunciava: « Sii fedele fino alla morte, e io ti darò la corona della vita » Apocalisse 2: 10.
Vani furono gli sforzi di Satana per distruggere la chiesa di Cristo con la violenza. Il grande conflitto nel quale i discepoli di Cristo Perdettero la vita non finì quando questi fedeli vessilliferi caddero al loro posto di combattimento. Sconfitti, furono vincitori. Gli operai di Dio furono trucidati, è vero, però l'opera andò avanti speditamente; il Vangelo continuò a essere predicato, e il numero dei suoi aderenti aumentò sempre di più. Esso penetrò anche nelle regioni che fino ad allora erano state inaccessibili perfino alle aquile romane. Un cristiano, nel corso di una discussione con governanti pagani che propugnavano la continuazione delle persecuzioni, affermò: « Voi potete ucciderci, torturarci, condannarci... La vostra ingiustizia è la dimostrazione della nostra innocenza... A nulla serve la vostra crudeltà ». Essa, infatti, non era altro che un efficace invito a spingere altri alla persuasione cristiana. « Più noi siamo da voi falciati, più il nostro numero aumenta: il sangue dei martiri è una semenza! » Tertulliano, Apologia, par. 50.
Migliaia furono imprigionati e uccisi; ma altri vennero a colmare i vuoti da essi lasciati. Quelli che venivano martirizzati per la loro fede erano assicurati a Cristo e da lui considerati vincitori. Essi avevano combattuto il buon combattimento e avrebbero ricevuto la corona della gloria all'avvento di Cristo. Le sofferenze sopportate valsero a spingere i cristiani ancora più vicini gli uni agli altri e al loro Rendenrore. L'esempio dato con la loro vita e la loro testimonianza in punto di morte era una costante conferma della verità. Accadde - cosa del tutto inattesa- che dei sudditi di Satana si sottrassero al giogo del peccato e si schierarono sotto la bandiera di Cristo.
Satana, allora, cercò di elaborare dei piani che gli consentissero di lottare con maggior successo contro il governo di Diol piantando la sua bandiera addirittura nella chiesa cristiana. Se i seguaci di Cristo Potevano essere ingannati e sedotti, e così indotti a dispiacere a Dio, la loro forza e la loro compattezza sarebbero venute meno, ed essi sarebbero diventati una facile preda.
Il grande avversario fece in modo di vincere con l'astuzia là dove non era riuscito Con la forza. La persecuzione finì, e al suo posto subentrò la pericolosa attrattiva della prosperità temporale e dell'onore del mondo. Gli idolatri furono indotti ad accettare una parte della fede cristiana pur rigettando altre verità essenziali. Essi dicevano di accettare Cristo come Figliuolo di Dio e di credere nella sua morte e nella sua risurrezione; però non avevano la convinzione del proprio peccato e perciò non sentivano alcun, bisogno di pentimento e di cambiamento del cuore. Con alcune concessioni da parte loro, proposero che i cristiani, a loro volta, ne facessero altre per modo che tutti potessero unirsi sulla comune base della credenza in Cristo.
La chiesa venne a trovarsi in un serio pericolo. La prigione, la tortura, il fuoco, la spada erano delle benedizioni in confronto con la nuova situazione che si era andata determinando. Alcuni rimasero fedeli, dichiarando di non poter addivenire a compromessi di sorta. Altri, però, furono del parere che si poteva fare qualche concessione e modificare alcuni elementi della loro fede per unirsi a coloro che avevano accettato una parte del Cristianesimo, insistendo sul fatto che ciò poteva significare il mezzo più idoneo per la conversione dei pagani. Fu quello un tempo di profonda angoscia per i fedeli seguaci di Cristo perché, sotto il manto di un preteso Cristianesimo, Satana si insinuò nella chiesa per corrompere l'integrità della fede dei credenti e distogliere la loro mente dalla verità.
Alla fine, la maggior parte dei cristiani acconsentirono a fare delle concessioni e si addivenne, così, all'unione del Cristianesimo col paganesimo. Quantunque gli adoratori degli idoli asserissero di essersi convertiti e di essersi uniti alla chiesa, in realtà erano tuttora attaccati all'idolatria: si erano unicamente limitati a cambiare gli oggetti del loro culto ricorrendo alle immagini di Gesù, di Maria e dei santi. Il lievito dell'idolatria fu messo nella chiesa e continuò la sua opera nefasta. Dottrine false, riti superstiziosi, cerimonie idolatriche furono incorporati nella dottrina e nel culto. Essendosi i seguaci di Cristo congiunti con gli idolatri, la religione cristiana si corruppe e la chiesa finì col perdere la sua purezza e il suo vigore. Non mancarono, è vero, quelli che non si lasciarono fuorviare da questi inganni, che rimasero fedeli all'Autore della verità e che adorarono solo Iddio.
Fra quanti si professano seguaci di Gesù, ci sono sempre state due classi: mentre una studia la vita del Salvatore e cerca sinceramente di correggere i propri difetti e di conformarsi al Modello divino, l'altra sembra evitare di proposito le chiare e precise verità che mettono a nudo l'errore. Anche quando la chiesa si trovava nelle sue migliori condizioni, non è mai stata composta unicamente di elementi fedeli, puri e sinceri. Il nostro Salvatore insegnò che quanti volontariamente indulgono nel peccato, non debbono essere accolti nella chiesa; nondimeno Egli accolse degli uomini dal carattere difettoso e accordò loro il beneficio del suo insegnamento e del suo esempio perché avessero l'opportunità di riconoscere i propri sbagli e di correggersi. Fra i dodici apostoli c'era un traditore. Giuda fu accettato non per i suoi difetti di carattere, ma nonostante i difetti stessi. Egli fu aggiunto agli altri discepoli perché, tramite l'insegnamento di Cristo e il suo esempio, egli potesse sapere in che cosa consiste un carattere cristiano ed essere indotto a riconoscere i suoi sbagli e a pentirsi, e con l'aiuto di Dio giungere alla purezza dell'anima, mediante l'ubbidienza alla verità. Ma Gíuda non camminò nella luce che risplendeva su di lui, e cedendo al peccato lasciò il campo libero alle tentazioni di Satana. I lati negativi del suo carattere ebbero il sopravvento, ed egli abbandonò la propria mente al controllo. delle forze delle tenebre. Ogni volta che i suoi errori venivano rimproverati, egli si adirava e così, a poco a poco, di caduta in caduta, giunse al crimine supremo: il tradimento di Gesù. Altrettanto accade a chi accarezza il male, pur indossando il mantello della devozione. Tali persone odiano chi turba la loro pace, condannando il peccato che stanno commettendo. Quando poi, come fu il caso di Giuda, si presenta l'opportunità favorevole, finiscono col tradire chi li aveva richiamati al dovere unicamente per il loro bene.
Gli apostoli, nella chiesa,. ebbero a che fare con gente che si dicevia pia, pia che segretamente coltivava il peccato. Anania e Saffira, ad esempio, recitarono la parte degli ingannatori, asserendo di fare un grande sacrificio per il Signore, mentre in realtà avevano fraudolentemente trattenuto una parte del denaro per se stessi. Lo Spirito di verità rivelò agli apostoli qual era il vero carattere di questi impostori, e il castigo si abbatté immediato e severo, liberando la chiesa da una macchia che ne avrebbe offuscato la purezza. Quest'azione evidente dello Spirito di Cristo in seno alla comunità cristiana terrorizzò gli ipocriti e coloro che agivano male. Essi non potevano rimanere uniti con quanti, per abitudini e disposizioni, erano fedeli testimoni di Cristo. Quando sopraggiunsero le prove e le persecuzioni, desiderarono diventare discepoli di Cristo unicamente coloro che erano disposti ad abbandonare tutto per amore della verità. Così, finché ci furono persecuzioni, la chiesa si mantenne relativamente pura; però, quando le persecuzioni cessarono, si aggiunsero alla comunità cristiana delle persone parzialmente sincere e devote, e fu così che Satana riuscì a mettere il piede nella chiesa.
Non c'è unione fra il Principe della luce e il principe delle tenebre, come non puo esservene fra i loro seguaci. Quando i cristiani acconsentirono a unirsi con chi, provenendo dal paganesimo, era solo a metà convertito, cominciarono a calcare un sentiero che li avrebbe condotti sempre più lungi dalla verità. Satana esultava nel vedere la riuscita dei suoi piani nel sedurre un così gran numero di seguaci di Cristo, e si adoperò per indurli a perseguitare coloro che rimanevano fedeli a Dio. Nessuno sapeva meglio combattere la verità di coloro che un tempo ne erano stati i difensori. Questi cristiani apostati, unendosi ai compagni tuttora a metà pagani, si accanirono contro gli aspetti fondamentali della dottrina di Cristo.
Questo richiese una lotta asperrima da parte di coloro che intendevano rimanere fedeli, nonostante gli inganni e le abominazionì che sotto i paramenti sacerdotali venivano introdotti nella chiesa. La Bibbia non era più considerata come regola di fede. La dottrina della libertà religiosa era definita eresia, e i suoi sostenitori erano odiati e proscritti.
Dopo una lotta dura e prolungata, i pochi rimasti fedeli decisero di separarsi dalla chiesa apostata se questa avesse continuato ad aderire alla falsità e all'idolatria. Essi videro che tale separazione si imponeva se volevano ubbidire alla Parola di Dio: non ardivano tollerare oltre gli errori fatali alle- loro anime e dare un esempio che avrebbe messo in pericolo la fede dei loro figli e dei loro discendenti. Per garantire la pace e l'unità essi erano disposti, sì, a fare delle concessioni, purché esse fossero coerenti con la fedeltà a Dio. Non potevano, pero, assolutamente addivenire a compromessi che significassero il sacrificio delle proprie convinzioni religiose. Se l'unità poteva essere raggiunta solo compromettendo la verità e la giustizia, allora erano pronti a tutto, anche a lottare.
Sarebbe bene per la chiesa e per il mondo che i princìpi che sostennero queste anime generose, rivivessero nel cuore di quanti si dicono figliuoli di Dio. C'è un'allarmante indifferenza per quel che riguarda le dottrine fondamentali della fede cristiana, e si va rafforzando l'idea che dopo tutto esse non sono di importanza vitale. Questa degenerazione fortifica le mani degli agenti di Satana, sì che tali false teorie e inganni fatali, che i cristiani dei tempi andati affrontarono con grave rischio della propria vita, sono oggi considerati favorevolmente da migliaia di persone che si dicono seguaci di Cristo.
I primi cristiani formavano davvero un popolo particolare. Il loro comportamento irreprensibile e la loro fede incrollabile, costituivano un costante rimprovero per i peccatori ostinati. Quantunque essi fossero numericamente pochi, privi di ricchezze, di posizioni, di titoli onorifici, erano un motivo di terrore per chi agiva male, e ovunque il loro carattere e la loro dottrina erano conosciuti. Perciò erano odiati dagli empi, come Abele era odiato dal malvagio Caino. Per la stessa ragione che spinse Caino a uccidere il fratello, coloro che cercavano di sottrarsi ai richiami dello Spirito Santo misero a morte il popolo di Dio. In fondo, era la stessa ragione che aveva indotto i giudei a rigettare il Salvatore e a crocifiggerlo: la purezza e la santità del suo carattere erano un costante rimprovero al loro egoismo e alla loro corruzione. Dai giorni di Cristo in poi, i suoi discepoli fedeli hanno provocato l'odio e l'opposizione di chi ama e segue le vie del peccato.
Ci si potrebbe chiedere, allora, ín che modo il Vangelo può essere definito un messaggio di pace. Quando il profeta Isaia predisse la nascita del Messia, gli attribuì il titolo di « Principe della pace ». Quando gli angeli annunciarono ai pastori la nascita di Cristo, cantarono nelle pianure di Betlemme: « Gloria a Dio ne' luoghi altissimi, pace in terra fra gli uomini ch'Egli gradisce! » Luca 2: 14. C'è un'apparente contraddizione fra queste affermazioni e quella di Gesù: « Non son venuto a metter pace, ma spada » Matteo 10: 34. Se giustamente comprese, queste parole si armonizzano fra loro. Il Vangelo è un messaggio di pace; il Cristianesimo è un sistema che, se accettato e messo in pratica, dà pace, armonia e felicità a tutta la terra. La religione di Cristo unisce con vincoli di fratellanza tutti coloro che ne accettano gli insegnamenti. La missione di Gesù, quale fu se non quella di riconciliare gli uomini con Dio e gli uni con gli altri? Purtroppo, però, il mondo si trova sotto il dominio di Satana che è il più acerrimo nemico di Cristo. Il- Vangelo presenta princìpi di vita che sono in netto contrasto con le abitùdini e i desideri del mondo. Ne deriva, perciò, la ribellione di quanti odiano la purezza che mette a nudo e condanna i loro peccati. Essa porta alla persecuzione e alla distruzione di quanti esortano ad attenersi alla giu
stizia e alla santità del messaggio di Cristo. t in questo senso che il Vangelo è definito una spada: l'esaltazione della verità provoca, per reazione, l'odio e la contesa. Il Vangelo, così, è chiamato una spada.
La misteriosa provvidenza che perTnette che il giusto soffra la persecuzione per mano degli empi, è stata motivo di grande perplessità per molti che erano deboli nella fede. Alcuni finiscono addirittura col perdere la loro fiducia in Dio perché Egli lascia che i malvagi prosperino, mentre i buoni e i puri sono spesso afflitti e tormentati dal crudele potere dei primi. Come è possibile -si chiedono- che un Dio giusto e misericordioso, infinito in potenza, possa tollerare tanta ingiustizia e tanta oppressione? Questa è una domanda con la quale'noi non abbiamo nulla a che fare. Poiché Dio ci ha dato prove sufficienti del suo amore, noi non dobbiamo affatto dubitare della sua bontà, anche se non sempre riusciamo a comprendere le vie della sua provvidenza. Il Salvatore, prevedendo i dubbi che si sarebbero insinuati nella mente dei suoi discepoli nell'ora della prova e delle tenebre, disse loro: « Ricordatevi della parola che v'ho detta: Il servitore non è da più del suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi » Giovanni 15: 20. Gesù ha sofferto per noi più di quanto possa mai avere sofferto uno qualsiasi dei suoi seguaci. Quanti sono chiamati a soffrire torture e martirio non fanno che calcare le orme del diletto Figliuolo di Dio.
« Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa » 2 Pietro 3: 9. Egli non dimentica e non trascura i suoi figli: permette solo che gli empi rivelino il loro vero carattere affinché chiunque voglia fare la sua volontà non sia tratto in inganno da loro. Inoltre, i giusti sono posti nella fornace dell'afflizione per essere purificati e perché il loro esempio possa convincere altri sulla realtà della fede e della pietà, e infine perché il loro comportamento coerente suoni condanna per gli empi e per gli increduli.
Dio permette all'empio di prosperare e di rivelare la sua inimicizia contro il cielo, affinché quando egli avrà colmato la misura della sua iniquità, tutti possano riconoscere la giustizia divina e la divina misericordia nella totale distruzione dei malvagi. Il giorno della sua vendetta si avvicina; in esso tutti coloro che avranno trasgredito la sua legge e oppresso il suo popolo riceveranno la giusta retribuzione per le loro opere. Allora ogni atto di crudeltà e di ingiustizia verso i figliuoli di Dio sarà punito come se fosse stato fatto a Cristo stesso.
C'è, però, un'altra domanda, ancora più importante, che dovrebbe richiamare l'attenzione delle chiese di oggi. Paolo dichiara: « Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati » 2 Timoteo 3: 12. Perché, allora, la persecuzione sembra sonnecchiare? La sola ragione è che la chiesa si è conformata al mondo e così non provoca opposizioni. La religione corrente dei nostri giorni non riveste il carattere di purezza e di santità che contraddistinse la fede cristiana ai tempi di Cristo e degli apostoli. t solo perché esiste uno spirito di compromesso col peccato; perché le grandi verità della Parola di Dio sono considerate con indìfferenza; perché vi è nella chiesa tanta poca pietà vitale, che il Cristianesimo è popolare nel mondo. Lasciate che ci sia un risveglio della fede e della potenza della chiesa primitiva, e allora lo spirito di persecuzione rivivrà e saranno di nuovo accesi i fuochi del-la persecuzione.
Capitolo 3
Un'èra di Tenebre Spirituali
L'apostolo Paolo, nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi, predisse la grande apostasia che sarebbe derivata dall'instaurarsi del potere papale. Egli affermò che il giorno del Signore « non verrà se prima non sia venuta l'apostasia e non sia stato manifestato l'uomo del peccato il figliuolo della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e dicendo ch'egli è Dio ». L'apostolo, inoltre, avvertì i fratelli: « Il mistero dell'empietà è già all'opra » 2 Tessalonicesi 2: 3, 4, 7. Egli vedeva, fin d'allora, insinuarsi nella chiesa degli errori che avrebbero preparato la via allo sviluppo del papato.
A poco a poco, prima in modo furtivo e silenzioso, poi sempre più apertamente a mano a mano che acquistava vigore, « il mistero dell'empietà » finì col dominare le menti degli uomini, con la sua opera empia e blasfema. In maniera quasi impercettibile, le usanze pagane penetrarono nella chiesa cristiana. Lo spirito di compromesso e di conformismo era stato tenuto a freno quando la chiesa subiva le più violente persecuzioni a opera del paganesimo. Però, quando queste cessarono e il Cristianesimo penetrò nelle corti e nei palazzi reali, si abbandonò gradatamente l'umile semplicità di Cristo e degli apostoli, per accettare la pompa e l'orgoglio dei sacerdoti e dei governatori pagani. Alle richieste di Dio si sostituirono le teorie e le predizioni umane. La conversione nominale di Costantino, all'inizio del quarto secolo, provocò un grande giubilo, e il mondo, sotto l'apparenza della giustizia, entrò nella chiesa. Fu così che l'opera della corruzione andò progredendo rapidamente. Il paganesimo, che . sembrava sconfitto, divenne conquistatore. Il suo spirito dominava ormai la chiesa. Le sue dottrine, le sue cerimonie e le sue superstizioni vennero incorporate nella fede e nel culto di coloro che si dicevano seguaci. di Cristo.
Questo compromesso fra paganesimo e Cristianesimo favorì lo sviluppo dell'uomo del peccato, predetto dalla profezia come oppositore e soppiantatore di Dio. Questo gigantesco sistema di falsa religione è il capolavoro della potenza di Satana: monumento degli sforzi da lui compiuti per salire sul trono e dominare la terra secondo la sua volontà.
Una volta Satana cercò di giungere a un compromesso con Gesù. Si avvicinò al Figliuolo di Dio e mostrandogli tutti i regni del mondo e la loro gloria, glieli offrì in cambio del riconoscimento, da parte di Gesù, della supremazia del principe delle tenebre. Cristo respinse il tentatore presuntuoso e lo costrinse a ritirarsi. Satana, però, riesce a conseguire migliori risultati quando rivolge le stesse tentazioni agli uomini. Per assicurarsi vantaggi e onori terreni, la chiesa fu indotta a ricercare il favore e il sostegno dei grandi uomini della terra; e avendo così rigettato Cristo, scelse di tributare omaggio al rappresentante di Satana, il vescovo di Roma.
Una delle dottrine base del Romanesimo consiste nel riconoscere nel papa il capo visibile della chiesa universale di Cristo, investito di una suprema autorità sui vescovi e sui pastori di ogni parte del mondo. Inoltre, sono attribuiti al papa i titoli della Deità. Egli è stato definito « Signore Dio il papa » (1) ed è stato dichiarato infallibile.(2) Egli esige l'omaggio di tutti gli uomini, e così la pretesa di Satana nei confronti di Cristo è portata avanti per mezzo della chiesa di Roma, sì che molti sono quelli che gli rendono omaggio.
Coloro, però, che temono Dio e lo riveriscono affronteranno questa audace sollecitazione, come Gesù affrontò l'invito del subdolo nemico: « Adora il Signore Iddio tuo, e servi a lui solo » Luca 4: 8 (D). Dio non ha mai minimamente accennato nella sua Parola al fatto che Egli abbia designato un uomo come capo della chiesa. La dottrina della supremazia papale è in diretta opposizione con l'insegnamento delle Sacre Scritture. Il papa non può avere nessun potere sulla chiesa di Cristo, se non mediante l'usurpazione.
I sostenitori della chiesa di Roma persistono nell'accusare i protestanti di eresia e di volontaria separazione dalla vera chiesa. In realtà, quest'accusa si applica proprio a loro, perché sono essi che hanno ammain ato la bandiera di Cristo e si sono allontanati dalla « fede, che è stata una volta per sempre tramandata ai santi » Giuda 3.
Satana sa benissimo che le Sacre Scritture aiutano gli uomini a smascherare le sue insidie e a resistere al suo potere. Lo stesso Salvatore del mondo, infatti, -resistette ai suoi attacchi mediante la Parola. Ogni volta Egli oppose lo scudo della verità eterna: « Sta scritto ». A ogni insinuazione dell'avversario, Egli presentò la sapienza e la potenza della Parola. Satana, per riuscire a dominare gli uomini e a stabilire l'autorità dell'usurpatore papale, deve mantenerli nell'ignoranza delle Scritture, in quanto esse esaltano Dio e lasciano l'uomo nella posizione che gli compete. Perciò egli vorrebbe che le Sacre Scrítture rimanessero nascoste e fossero addirittura soppresse. Questa logica fu adottata dalla chiesa di Roma. Per secoli la diffusione della Bibbia fu vietata; era proibito leggerla o averla in casa. Questo, nell'intento di permettere che sacerdoti e prelati, privi di scrupoli, ne interpretassero gli insegnamenti in modo da poter sostenere le loro pretese. Fu così che il papa venne quasi universalmente riconosciuto come vice gerente di Dio sulla terra, dotato di autorità sia sulla chiesa che sullo stato.
Eliminate le Sacre Scritture che potevano smascherare l'errore, Sa tana potè agire a proprio arbitrio. La profezia aveva annunciato che il papato avrebbe pensato di « mutare i tempi e la legge » Daniele 7: 25, e la cosa non tardò a compiersi. Per offrire ai pagani convertiti un so stituto all'adorazione degli idoli e così promuovere la loro accettazione nominale del Cristianesimo, piano piano penetrò nel culto cristiano l'a dorazione delle immagini e delle reliquie. Il decreto di un concilio generale(3) venne poi a sanzionare questo sistema idolatrico. Per completare la sua opera sacrilega, Roma ebbe l'ardire di togliere dalla legge di Dio il secondo comandamento, che vieta il culto delle immagini, e di dividere il decimo in due, per conservare invariato il numero dei comandamenti.
Lo spirito di concessione al paganesimo schiuse la porta a un crescente dispregio dell'autorità celeste. Satana, operando attraverso i dirigenti inconvertiti della chiesa; calpestò anche il quarto comandamento e si sforzò di eliminare l'antico sabato, giorno benedetto e santificato da Dio (Genesi 2: 2, 3), per esaltare al suo posto la festività celebrata dai pagani come « venerabile giorno del sole ». Il cambiamento, all'inizio, non avvenne apertamente. Nei primi secoli il sabato era stato osservato da tutti i cristiani; essi erano gelosi dell'onore di Dio, stimavano immutabile la sua legge e custodivano con zelo la santità dei suoi precetti. Satana, però, operando con la massima sottigliezza tramite i suoi agenti, riuscì ad attuare il suo proponimento. Affinché l'attenzione della gente fosse richiamata sulla domenica, essa fu dichiarata giorno festivo in onore della risurrezione di Gesù. Quel giorno si celebravano delle funzioni religiose, però si trattava di un giorno di svago, mentre il sabato conservava il suo carattere di santità.
Per preparare la via all'opera che intendeva compiere, Satana aveva spinto i giudei, prima della venuta di Cristo, ad appesantire il sabato con le più rigorose esigenze, tanto da renderne l'osservanza un peso. Ora, traendo profitto dalla falsa luce che lo circondava, egli riuscì a farlo considerare come una istituzione prettamente giudaica. Mentre i cristiani in generale continuavano a osservare la domenica come un gaio giorno di festa, egli li spinse -nell'intento di dimostrare il loro odio verso il Giudaesimo- a fare del sabato un giorno di digiuno, pieno di malinconia e di tristezza.
All'inizio dei quarto -secolo, l'imperatore Costantino emanò un decreto che dichiarava la domenica giorno di festa per tutto l'impero romano(4) Il « giorno del sole » era rispettato da tutti i sudditi pagani e onorato anche dai cristiani. La politica imperiale, perciò, mirò a unire gli interessi contrastanti del paganesimo e del Cristianesimo. L'imperatore fu sollecitato a questo dai vescovi della chiesa che, spinti dall'ambizione e dalla sete di potere, si rendevano conto che se uno stesso giorno veniva osservato tanto dai cristiani che dai pagani, ne sarebbe derivata l'accettazione nominale del Cristianesimo da parte di questi ultimi, e così la chiesa ne avrebbe tratto potenza e gloria. Molti cristiani timorati di Dio furono gradualmente indotti a considerare la domenica come dotata di un certo grado di santità, pur continuando a osservare il sabato come giorno del Signore, in ottemperanza al quarto comandamento.
Il grande seduttore, però, non aveva completato la sua opera: era deciso a riunire tutto il mondo cristiano sotto la sua bandiera e ad esercitare la sua autorità attraverso il suo vice gerente, l'orgoglioso pontefice, il quale pretendeva di essere il rappresentante di Cristo. Per mezzo di pagani solo a metà convertiti, di prelati ambiziosi e di membri di chiesa amanti del mondo, egli riuscì ad attuare il suo proponimento. Di quando in quando venivano convocati grandi concili nei quali convenivano i dignitari delle chiese del mondo intero. Quasi in ogni concilio il sabato |